Tu sei qui: Home Legislazione e dottrina Indice cronologico 2018 gennaio Nota MIUR 30.01.2018, prot. n. 550
Nota MIUR 30.01.2018, prot. n. 550 Legislazione e dottrina    

Nota MIUR 30.01.2018, prot. n. 550

Giorno della Memoria - 27 gennaio 2018 - Trasmissione Linee guida Nazionali per una didattica della Shoah a Scuola.

In concomitanza con le celebrazioni del Giorno della Memoria, si trasmette una lettera che la Ministra ha voluto mandare alle scuole di ogni ordine e grado per inviare loro le "Linee guida nazionali per una didattica della Shoah a scuola" e il discorso che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rivolto alle studentesse e agli studenti presenti alla cerimonia di celebrazione del Giorno della Memoria.

Vista la rilevanza dell'iniziativa, si pregano le SS.LL. di dare massima diffusione della presente.

 

Allegato 1 - Linee Guida Nazionali "Per una didattica della Shoah a scuola" (1)

Introduzione (2)

Nel 2018 ricorre l'ottantesimo anniversario dell'emanazione, in Italia, delle "leggi antiebraiche" del '38. Con quelle leggi è iniziato, di fatto, un processo che dalla discriminazione e negazione dei diritti ha portato alla deportazione e allo sterminio.

Tale anniversario, insieme alla concomitanza che, proprio nel 2018, il nostro Paese avrà la responsabilità di presiedere l'IHRA - l'International Holocaust Remembrance Alliance (3) -, offrirà certamente molte occasioni, anche a livello istituzionale, per interrogarsi sull'impatto che quelle leggi ebbero non solo sulla popolazione ebraica, che con l'Unità d'Italia e l'apertura degli ultimi ghetti aveva considerato ormai definitivamente acquisito il suo processo di "emancipazione", ma sull'intera società italiana.

Per chi opera nella scuola, però, l'amara ricorrenza non solo rappresenta un motivo in più per significativi approfondimenti storico-culturali - che non potranno mancare -, ma è, fin da ora, un'ulteriore occasione per riflettere sulla valenza formativa dello studio di quegli anni tragici e per considerare se l'attenzione e lo spazio che solitamente sono dedicati ad un tema così complesso risultino rispondenti ed adeguati. L'anniversario porta a chiedersi che cosa significhi studiare e insegnare la Shoah oggi, perché, in una realtà mondiale sconvolta ancora da tanti mali e troppi conflitti, da atrocità di massa, atti di terrorismo, pericolose e dolorose migrazioni, sia necessario dedicare tempo e spazio ad un evento accaduto quasi ottant'anni fa. Interrogarsi sul "perché" insegnare la Shoah, individuarne le molteplici motivazioni è il primo passo per ragionare su "cosa" insegnare e "come" farlo, per scegliere da quale prospettiva muoversi per affrontarne la complessità, per selezionare, nella bibliografia a disposizione, testi di riferimento e approcci metodologici adeguati nello sviluppo dell'attività didattica, che è sempre, nel contatto con gli studenti, una vera e propria continua "ricerca-azione".

"Perché", "cosa", "come" insegnare: sono questi gli interrogativi che si pongono generalmente i docenti; sono queste le questioni più rilevanti affrontate in studi, ricerche e pubblicazioni, anche a livello internazionale, nell'ambito della didattica della Shoah. Le risposte sono molteplici e in continuo divenire (4).

Nella prospettiva di un ulteriore approfondimento di queste tematiche si collocano le riflessioni che oggi proponiamo. Senza alcuna pretesa di esaustività, assumono la forma delle "Linee Guida", l'ormai consueto canale di comunicazione, che, in altre occasioni e per altri argomenti, si è rivelato utile per focalizzare importanti esigenze educative.

Queste "Linee Guida", pertanto, intendono proporre considerazioni e fornire informazioni e suggerimenti operativi per trattare un argomento che si è rivelato centrale per comprendere il nostro recente passato e il tempo in cui viviamo, ed è risultato estremamente significativo per favorire l'educazione al rispetto, alla convivenza civile e alla cittadinanza attiva.

"Perché" studiare la Shoah a scuola

La Shoah, ossia il progetto di sterminio sistematico degli ebrei, non è un evento storico che è possibile decidere se trattare o meno all'interno del percorso scolastico degli studenti. Ha rappresentato una frattura profonda nella civiltà del Ventesimo secolo; è stata un sussulto della civiltà che non può e non deve essere ignorato.

Primo Levi, coinvolto incessantemente per tutta la vita nella riflessione su ciò che era stato e sui pericoli che qualcosa di simile potesse accadere di nuovo, anche se in forme diverse, già nel '47 in "Se questo è un uomo", sosteneva come "conoscere" fosse assolutamente "necessario". La spiegazione di ciò che è accaduto non è certamente un compito facile, a cominciare dalle premesse ideologiche e pseudo-scientifiche del razzismo di partenza del terribile progetto genocida nei confronti degli ebrei e dell'obiettivo di purificazione razziale (che riguardò i Rom e i Sinti, gli omossessuali, i disabili, gli oppositori politici), fino all'epilogo della "soluzione finale".

Ai nostri giorni, però, il distacco temporale e i progressi che la ricerca storica ha fatto e sta facendo favoriscono certamente una migliore conoscenza e interpretazione dei fatti.

Nonostante la difficoltà per l'enormità e la mostruosità dei fatti accaduti, la Shoah non è infatti un evento metastorico: è un evento umano e come tale "spiegabile". Non è neppure un avvenimento storico qualunque: ha colpito e offeso l'umanità intera ed è avvenuta nel cuore della "civilissima" Europa, scuotendone le fondamenta e mettendone in crisi i valori. Rappresenta per questo - come nota Adorno - uno spartiacque nella storia del Novecento e, pur nella sua "unicità", per la quantità delle popolazioni, per l'estensione dei territori coinvolti e per l'enormità della devastazione prodotta, rappresenta ancora il paradigma degli altri genocidi e atrocità di massa (5). Si è trattato di un processo lungo e complesso, che ha investito i vari Paesi anche in maniera diversa nel corso di quegli anni drammatici.

L'impegno degli educatori dovrà essere pertanto quello di proporne lo studio nella maniera più adeguata all'età e alla sensibilità degli studenti coinvolti attivamente nel lavoro di ricerca e di riflessione, con l'apporto inevitabile di più saperi e di più discipline, con gli spazi e i tempi necessari.

La Shoah, infatti, non deve essere studiata in modo semplicistico e frettoloso. Pur tenendo presente l'opportunità della comparazione, occorre anche evitare il rischio di banalizzarla o diminuirne il significato, facendo inoltre attenzione a evitare paragoni impropri o fuorvianti. Occorrono pertanto tempi e spazi adeguati per la narrazione, la spiegazione e la discussione di ciò che è accaduto.

L'insegnamento della Shoah come significativa occasione pedagogica

La contestualizzazione puntuale e l'esame dei fatti storici restano fondamentali e imprescindibili, indipendentemente dagli approcci didattici adottati, ma la peculiarità dello scarto tragico e l'enormità dei fatti accaduti fanno sì che l'attenzione non si esaurisca mai nella sola dimensione storica. La stessa narrazione dei fatti nel loro articolarsi, nel diverso e complesso contesto dell'Europa degli anni '30 e '40, inevitabilmente apre la strada ad altri campi di indagine e ad altri interrogativi di carattere intellettuale e morale, sulla natura dell'uomo, sull'etica delle leggi, sul bene e sul male, sui rapporti fra gli uomini e fra gli uomini e la divinità. Insegnare la Shoah può rappresentare una straordinaria occasione pedagogica, anche in relazione al nostro presente.

Addentrarsi con lucidità nella complessità di questi eventi è un'operazione significativa in riferimento al presente, nel tentativo di sviluppare gli anticorpi necessari per riconoscere e combattere le nuove manifestazioni di discriminazione, sopraffazione, razzismo e risorgente antisemitismo, come sappiamo - purtroppo - ancora oggi in agguato; per capire come l'intolleranza verso qualcuno sia sempre sintomo di un'intolleranza e di una violenza più generalizzata.

Quel passato può e deve essere analizzato, compreso, spiegato nel suo aberrante sviluppo anche per imparare a cogliere con prontezza tutti i segnali di allarme e di pericolo che continuano a mettere a rischio lo sviluppo della vita civile e democratica e il rispetto dei fondamentali diritti umani.

Mai come in questo caso scomporre il passato e cercare di comprenderlo aiuta a capire e vivere il presente. È un modo per imparare ad esercitare nella nostra società una cittadinanza attiva e consapevole. Sappiamo bene che la democrazia senza educazione non si regge. La si impara studiando e vivendo. Questo compito è affidato alla scuola attraverso la conoscenza. È il compito che le affida anche l'agenda ONU 20/30 del settembre 2016 in relazione allo sviluppo della "cittadinanza globale". Non basta sapere che il razzismo è un male, occorre vedere nella storia e nella realtà gli influssi e gli effetti nefasti di cui è capace. Occorre imparare a distinguere anche il pregiudizio latente che spinge all'offesa gratuita e insensata, occorre avere esperienza delle differenze culturali per capire che dal loro contatto può derivare un arricchimento e un supplemento d'anima. Ogni episodio di cronaca segnato da manifestazioni di intolleranza, razzismo e antisemitismo da parte di giovani che stanno vivendo la loro esperienza scolastica mette in crisi gli educatori e pone di nuovo il problema di cosa fare, di come agire, perché la lezione del passato sia compresa davvero, perché la conoscenza non resti fine a sé stessa, ma aiuti a crescere, a gestirsi, a criticarsi e amarsi.

L'esperienza ha dimostrato come le soluzioni spesso si trovano insieme: le scuole si collegano in rete per avere occasioni di confronto e di progettualità comune, anche nell'ambito delle "azioni" promosse e sostenute dal MIUR per trovare strategie mirate all'inclusione e alla crescita della coscienza civile. Nell'ambito di questi progetti di ampio respiro spesso lo studio della Shoah fa da volano per l'approfondimento delle altre tematiche. E del resto, anche gli studi e le ricerche condotti a livello internazionale sulla "Holocaust Education" evidenziano questa correlazione (6). Ma, ancora una volta, perché lo studio lasci il segno, sedimenti e dia i suoi frutti in termini educativi, motivando alla ricerca di corretti comportamenti civili, occorre lasciare agli studenti i tempi e le occasioni di cui hanno bisogno.

"Come" insegnare la Shoah

Un'attività di ricerca e riflessione sviluppata nel corso del curricolo in maniera adeguata all'età e alle classi di riferimento, l'individuazione di occasioni significative di formazione e di approfondimento, formali o informali (che sempre più numerose vengono offerte a livello locale, nazionale e internazionale), l'approccio interdisciplinare e l'apporto di diverse modalità comunicative sono tutti elementi rilevanti per favorire un apprendimento consapevole ed efficace.

Il coinvolgimento diretto degli studenti nella ricerca delle fonti, nell'indagine dei fatti, nello sviluppo delle storie di vita e nella rielaborazione creativa dell'enorme varietà delle forme espressive motivano e danno consapevolezza allo studio.

Le scelte didattiche sono molteplici e vanno commisurate, come sappiamo, innanzitutto all'età e alla sensibilità degli studenti. La moderna pedagogia e l'esperienza didattica internazionale hanno, ad esempio, individuato per i bambini delle scuole primarie modalità di approccio graduali e non traumatiche, che privilegino vicende in cui i protagonisti si salvano - testimoniando valori positivi di speranza e fiducia negli altri e nella vita.

Per gli alunni della scuola secondaria di primo e secondo grado, un insegnamento "a spirale", in cui i temi non si esauriscano, ma ritornino, affrontati con diversi tagli e approfondimenti a seconda delle circostanze e delle motivazioni, permette di evitare il rischio della ripetitività e della stanchezza, stimolando nuove curiosità e campi d'indagine.

"Cosa" insegnare

La riflessione preliminare sulle ragioni, sulle motivazioni e, talvolta, sullo scopo specifico del proprio studio sarà determinante per selezionare contenuti e testi di riferimento nella vasta bibliografia sulla Shoah.

Nel contesto più generale della storia europea e mondiale, "cosa" insegnare dipende anche dal Paese in cui si vive per la necessità di focalizzare in maniera più analitica gli avvenimenti, i protagonisti e i testimoni degli eventi. La possibilità di accedere a fonti storiche e testimonianze dirette permette di far luce su quanto è accaduto. Nelle nostre scuole è pertanto fondamentale l'attenzione allo specifico della Shoah italiana, così simile eppur diversa nel suo sviluppo da quella degli altri paesi d'Europa. La storia nazionale va però sempre collocata nell'ambito del panorama europeo e, nelle scuole secondarie, nello sviluppo complesso del progetto genocida. Inoltre, gli insegnanti dovrebbero tener conto che sarebbe opportuno contestualizzare la presenza delle comunità ebraiche in Europa prima della Shoah, per permettere agli studenti di collocare gli ebrei nella civiltà europea e del proprio Paese.

Qualche suggerimento più specifico sui "contenuti" da privilegiare nei nostri curricoli viene affidato alle pagine specifiche sul contesto storico che seguono, nell'ambito di queste "Linee Guida".

Quali spazi e quali tempi dedicare all'insegnamento nei nostri curricoli?

In Italia, in questi ultimi anni, l'esperienza ha evidenziato come la sinergia fra l'impegno dell'Amministrazione, dell'Unione delle Comunità Ebraiche (UCEI) e delle singole realtà scolastiche abbia contribuito ad ottenere risultati soddisfacenti, a volte eccellenti, in termini di motivazione allo studio, alla ricerca e alla rielaborazione critica. I seminari di formazione per docenti, realizzati in Italia e all'estero sulla base di specifici protocolli d'intesa, le mostre organizzate a livello territoriale dei lavori più interessanti prodotti dagli studenti sono stati e continuano ad essere occasioni irrinunciabili di confronto e stimolo alla trattazione della materia in maniera approfondita e consapevole, in sintonia con la realtà in cui viviamo e con le specifiche esigenze formative.

Si è evidenziata, da parte dei docenti di ogni ordine e grado, un'attenzione crescente all'insegnamento della Shoah e una chiara consapevolezza dei problemi relativi. Sempre più insegnanti ricercano il coinvolgimento attivo degli studenti nell'individuazione delle fonti documentarie e nella ricostruzione delle storie, motivandoli alla ricerca negli archivi, alla visita ai musei e alla raccolta diretta delle voci e delle esperienze degli ultimi "testimoni". La consapevolezza, inoltre, di trovarsi in una realtà in cui gli studenti in classe hanno culture d'origine e religioni diverse induce sempre più alla ricerca di modalità di presentazione dei fatti in cui le culture si incontrano e si scontrano positivamente, nell'ambito di una storia universale, nella prospettiva della lunga durata. La trattazione dell'argomento si estende, solitamente, a tutto il curricolo, non soltanto ai momenti in cui la normativa prevede lo studio del periodo storico specifico, e non soltanto nelle occasioni celebrative. La situazione però non è omogenea. A volte c'è il timore di utilizzare troppo spazio, troppo tempo, a discapito di altre tematiche, avvertendo come eccessivamente vincolante quanto indicato a livello ministeriale per lo sviluppo nel curricolo delle diverse discipline e, in particolare, della Storia.

Proprio nella consapevolezza di come l'ampliarsi degli argomenti da trattare e il limitato numero di ore a disposizione possano generare esitazioni e dubbi, appare opportuno ribadire - in questa sede - come le nostre "Indicazioni Nazionali" o le "Linee Guida", che sono alla base dell'innovazione curricolare, non abbiano un valore assolutamente prescrittivo in quanto a tempi e modalità di trattazione. La nostra legislazione scolastica più recente è ispirata e illuminata dal principio dell'"autonomia didattica", sancita dal D.P.R. n. 275/99 e riproposta in tanti successivi provvedimenti normativi. È proprio in forza di questa libertà di scelte, conquista della moderna pedagogia, che lo spazio da dedicare a tematiche rilevanti per la crescita e la maturazione civile, intellettuale e morale dei nostri ragazzi può essere modulato secondo la valenza formativa degli argomenti.

L'auspicio è che quello che in molte realtà si sta facendo, sulla base di un interesse e di una consapevolezza maturati nel tempo - non solo in ossequio a quanto prescritto dalla Legge 211/2000 - possa essere potenziato e sviluppato in tutto il territorio nazionale. In questa prospettiva si collocano le linee guida che presentiamo. Esse si propongono di focalizzare l'attenzione attraverso i contributi che seguono su campi d'indagine diversi e di fornire ulteriori elementi di riflessione per la trattazione di una tematica così sensibile, così complessa ma significativa per l'educazione delle giovani generazioni, per la cui crescita morale e civile lo studio della Shoah costituisce elemento imprescindibile in tutti i gradi e ordini di scuola.

I caratteri e le questioni di base della Shoah (7)

Negli anni Trenta e Quaranta del XX secolo gran parte degli ebrei d'Europa è stata vittima di una durissima persecuzione, che dapprima ha colpito i loro diritti sociali e civili e poi ha colpito tragicamente le loro stesse vite. È l'evento storico denominato Shoah.

Shoah è un vocabolo della lingua ebraica. Significa catastrofe, disastro, distruzione, nel senso di evento di grandi dimensioni e che precipita addosso alle vittime. Gli ebrei immigrati nell'allora Palestina lo utilizzarono già nella seconda metà degli anni Trenta per denominare la persecuzione antiebraica in atto in Germania e Austria.

Oggi il lemma Shoah denomina - a seconda dell'interpretazione degli storici - sia il processo di sterminio sistematico degli ebrei d'Europa nel 1941-1945, sia l'intera durata della persecuzione antiebraica 1933-1945.

La Shoah è stata attuata da europei ai danni di altri europei, in Europa (Italia compresa). Non ha avuto luogo in Spagna, in Svizzera, in Gran Bretagna, nell'URSS non occupata e in pochi altri Paesi. Ha avuto alcune propaggini nell'Africa mediterranea. Gli Stati europei ove essa non ebbe luogo e molti Paesi extra-europei furono coinvolti nell'accoglienza o nel respingimento dei profughi che fuggivano davanti alla Shoah o che le erano sopravvissuti.

La Shoah è il più grave livello raggiunto dall'antisemitismo nella storia. Gli ebrei uccisi furono circa sei milioni, ossia i due terzi degli ebrei all'epoca viventi in Europa. Ciascuna vittima aveva una propria identità personale: nome, cognome, età, idee, sentimenti, speranze, giochi, studi, attività lavorativa, nucleo famigliare, ecc.

La Shoah si è innestata sulle precedenti ostilità antiebraiche, aggiungendo una moderna impostazione razzistica. In quasi tutti i Paesi (Italia compresa) colpì tutte le persone che vennero classificate "di razza ebraica", indipendentemente dal fatto che esse appartenessero ad altra o nessuna religione, e indipendentemente dal grado di osservanza religiosa e dalle posizioni culturali e politiche di ciascuno.

Lo sterminio degli ebrei è stato un evento della modernità; esso è stato realizzato in parte tramite la tecnologia novecentesca delle camere a gas (utilizzata anche per gli ebrei italiani) e in parte tramite gli 'ordinari' massacri di massa sul luogo.

La Shoah è stato un evento unico nella storia, sia perché tutte le vicende storiche sono di per sé uniche, sia perché la comparazione con gli altri genocidi perpetrati nel mondo ha evidenziato molti suoi caratteri eccezionali: l'estensione geografica, il progetto totalitario di annientamento, la tremenda caparbietà (dalla deportazione di anziani malfermi e di bimbi venuti alla luce dopo l'arresto della madre - come a Roma - alla deportazione di tutti gli ebrei dell'isola di Rodi - all'epoca Possedimento del Regno d'Italia - fino al luogo di sterminio di Auschwitz-Birkenau).

La Germania nazista fu il primo Stato europeo del Novecento a definire gli ebrei una "razza", con caratteristiche biologiche specifiche, diverse da quelle dei cittadini cristiani. Sulla base di quel principio, sin dal 1933 avviò una legislazione antiebraica, rafforzata nel 1935 con le "leggi di Norimberga". Altri Paesi (Italia compresa) si aggiunsero nel 1938. Quando nel settembre 1939 iniziò la seconda guerra mondiale, l'antisemitismo di Stato era ormai divenuto un fatto continentale.

A partire dal 1933 i tedeschi ebrei furono progressivamente separati dai tedeschi non ebrei, privati di innumerevoli diritti, spinti ad abbandonare il Paese. Nel 1941, dopo che la guerra rese impossibile la loro emigrazione/espulsione, e dopo che l'avanzata tedesca a nord e a est accrebbe notevolmente il numero degli ebrei sotto il controllo di Berlino, Adolf Hitler e i suoi collaboratori progettarono il loro sterminio generalizzato. Altri governi e movimenti politici, aggregati o vicini al blocco nazista e fascista, parteciparono alla sua attuazione (compresa l'Italia, dal 1943). Il suo completamento fu ostacolato da un lato dalle Resistenze militari e civili e dall'altro dal soccorso prestato da una parte della popolazione, e fu impedito dalla vittoria nel 1945 dei Paesi Alleati. La Shoah ebbe caratteristiche differenti da Paese a Paese, da regione a regione; fu quindi un evento unitario con uno sviluppo articolato.

Gli storici stanno dibattendo alcuni aspetti del processo decisionale e della sua datazione (comunque collocata tra il terzo quadrimestre del 1941 e le prime settimane del 1942); ma sono concordi nell'affermare che la decisione venne adottata in piena consapevolezza.

Per raggiungere l'obiettivo, gli sterminatori affrontarono un problema di ordine orribilmente tecnico: quello delle strutture capaci di dare la morte di massa in brevissimo tempo e con altrettanta celerità delle strutture capaci di eliminare masse di cadaveri. Lo risolsero con l'ideazione delle camere a gas e dei forni crematori annessi, senza però cessare i massacri immediati sul posto. La creazione di queste strutture comportò che le vittime dovevano esservi trasferite (cioè deportate) dai luoghi di arresto.

Il principale di questi centri di messa a morte di massa fu impiantato a Auschwitz-Birkenau; lì furono destinati quasi tutti gli ebrei deportati dall'Italia. In complesso, vi vennero uccisi quasi un milione di ebrei. Assieme ad essi, vi vennero uccisi oltre settantamila polacchi non ebrei e oltre ventimila rom e sinti, nonché numerosi altri europei. Quel luogo è il più grande cimitero ebraico, e umano in genere, della storia. Il giorno dell'arrivo nel campo dell'esercito sovietico liberatore, 27 gennaio 1945, è stato scelto per il "Giorno della memoria" in Italia e altri Paesi.

In Italia l'antisemitismo di Stato iniziò nel 1938 e si articolò in due fasi: quella della persecuzione dei diritti degli ebrei, dal settembre 1938 al luglio 1943, e quella della persecuzione delle vite degli ebrei, avvenuta nelle sole regioni centrali e settentrionali della penisola, dal settembre 1943 alla Liberazione delle singole località (Roma: giugno 1944; Milano: aprile 1945). La persecuzione dei diritti degli ebrei consistette innanzitutto in una rigida legislazione antiebraica, che fu voluta dal fascismo, fu progettata dal dittatore Benito Mussolini, fu promulgata dal re Vittorio Emanuele III, fu acclamata o accettata da molti italiani, fu approvata e teorizzata da molti intellettuali, fu sostenuta con entusiasmo da molti giovani educati dalla scuola fascista.

La normativa fu attuata innanzitutto dal Ministero dell'interno, anche con la nuova Direzione generale per la demografia e la razza, dal Ministero dell'educazione nazionale e dal Ministero della cultura popolare.

L'introduzione della distinzione tra "razza ariana" e "razza ebraica" e la differenziazione tra italiano e italiano posero fine, momentaneamente, al processo storico iniziato col Risorgimento e con l'unità nazionale. L'espulsione degli ebrei dalle forze armate suggellò di fatto la fine della loro cittadinanza.

Per il fascismo il fine della persecuzione degli ebrei era la loro espulsione definitiva dalla società e la loro emigrazione definitiva dal Paese. Parallelamente, il tessuto sociale e la nazione dovevano essere "arianizzati". Così, i provvedimenti di espulsione degli ebrei dalla vita lavorativa, educativa e sociale erano funzionali sia alla loro emigrazione definitiva sia alla "disebreizzazione" e alla "antisemitizzazione" del Paese, sempre più caratterizzato come Stato ariano e razziale.

L'introduzione della legislazione antiebraica fu occasione per stabilire la concezione fascista del diritto. Mentre l'articolo 1 del codice civile del 1865 affermava: "Ogni cittadino gode dei diritti civili", l'articolo 1 del nuovo codice civile varato nell'autunno 1938 affermava: "La capacità giuridica si acquista al momento della nascita. [...] Le limitazioni alla capacità giuridica derivanti dall'appartenenza a determinate razze sono stabilite da leggi speciali". Con ciò, al centro non vi era più l'uomo con i suoi diritti naturali, bensì lo Stato con il suo diritto a limitare la sua capacità giuridica.

La persecuzione dei diritti degli ebrei attuata in Italia dal 1938 al 1943 comportò il divieto di studiare con i giovani "ariani", di essere dipendenti pubblici (ad esempio, autista di tram, docente nelle scuole, professore universitario, poliziotto, dattilografo o dirigente in un Ministero), di lavorare nei cantieri navali, di essere veterinario, gestore di una scuola di ballo o di una rivendita di tabacchi, scaricatore di porto, di possedere proprietà oltre certi limiti, di scrivere sui giornali, di detenere apparecchi radio, di far parte di società di canottaggio, di allevare piccioni viaggiatori, di essere saltimbanco, ecc. Furono anche vietati i matrimoni tra persone di "razze" differenti.

Il periodo della persecuzione delle vite degli ebrei italiani iniziò con gli avvenimenti dell'8 settembre 1943. Nelle estreme regioni nordorientali - in questa fase controllate direttamente da Berlino con il nome di Prealpi e di Litorale adriatico - fu sempre gestita solo dall'occupante tedesco; nel restante territorio essa fu gestita inizialmente dalle autorità naziste e poi anche da quelle del nuovo Stato fascista denominatosi Repubblica Sociale Italiana (RSI), che il 30 novembre 1943 emanò un ordine generalizzato di arresto.

Gli arresti furono effettuati dalle polizie tedesca e italiana, le deportazioni dalla polizia tedesca.

L'occupante tedesco iniziò gli arresti di ebrei già in settembre (la retata più grave fu quella di Roma del 16 ottobre 1943) e organizzò subito le prime deportazioni, principalmente ad Auschwitz-Birkenau.

L'impegno delle autorità fasciste si concretizzò con l'ordine di polizia del 30 novembre 1943, che dispose l'arresto e l'internamento di "tutti gli ebrei" e il loro internamento "in campi di concentramento provinciali in attesa di essere riuniti in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati", oltreché il prelievo dei loro beni. Il campo nazionale di raccolta e transito fu situato inizialmente a Fossoli di Carpi (Modena), e dall'estate 1944 a Bolzano in località Gries.

Le autorità locali della RSI facevano affluire gli ebrei arrestati dai campi provinciali a quello di Fossoli, da lì periodicamente la polizia tedesca organizzava le deportazioni, quasi sempre ad

Auschwitz-Birkenau; quando il campo di Fossoli era vuoto, le autorità italiane vi facevano affluire altri ebrei nel frattempo arrestati, quando era nuovamente pieno, quelle tedesche allestivano un nuovo convoglio di deportazione. Nel territorio nord-orientale il concentramento era attuato dalla polizia tedesca nella Risiera di San Sabba, a Trieste.

Fossoli, Bolzano-Gries e Trieste svolsero anche la funzione di campi di detenzione, transito e talora uccisione per gli oppositori politici.

Nel settembre 1943 nell'Italia centrale e settentrionale vi erano all'incirca 43.000 persone (uomini e donne, anziani e bambini) classificate "di razza ebraica", secondo la normativa razzista introdotta dal fascismo nel 1938. Di esse circa 7.500 vennero arrestate e deportate (i sopravvissuti furono poco più di 800, in gran parte ebrei protetti da un passaporto inglese). Altre 300 persone vennero uccise in Italia (in eccidi o nei campi di transito). Delle altre, circa 6.000 riuscirono a rifugiarsi in Svizzera o a raggiungere le regioni meridionali già liberate; circa 1.000 parteciparono alla Resistenza. Infine circa 28.000 perseguitati vissero in clandestinità fino alla Liberazione.

Coloro che sopravvissero nella penisola furono spesso protetti da italiani non ebrei; altri cittadini non ebrei scelsero invece di partecipare attivamente agli arresti o di essere delatori; e poi vi furono coloro che non si curarono di ciò che avveniva.

Sulla didattica della Shoah e la formazione dei docenti (8)

La didattica intorno alla storia e alla memoria della Shoah è tra le sfide più complesse con cui confrontarsi perché mette in gioco competenze e specializzazioni diverse: storia e geografia, psicologia e pedagogia, antropologia culturale, filosofia e letteratura. Per non parlare della storia della scienza e della medicina; del simbolismo religioso, dell'economia, etc.

La tragedia della Shoah ha coinvolto l'intera civiltà umana. Non solo i territori in cui si è consumato lo sterminio, ma anche i luoghi verso cui le persone in fuga cercavano scampo. Se le armate tedesche non fossero state fermate a El Alamein le comunità ebraiche del mondo arabo e lo stesso Yishuv (l'insediamento ebraico nato con il movimento di rinascita nazionale ebraica) avrebbe subito un destino analogo a quello riservato agli ebrei europei. Le camere a gas mobili, sperimentate nel corso dell'avanzata sul fronte orientale, erano pronte per essere utilizzate con l'appoggio e il sostegno dei seguaci del Muftì di Gerusalemme, in Egitto come a Tel Aviv, a Gerusalemme come a Bagdad e a Damasco. La Germania nazista avrebbe comunque perduto la guerra, ma la distruzione dell'Ebraismo europeo e mediterraneo sarebbe stata totale. Non a caso nei mesi in cui le truppe britanniche si trovarono in difficoltà, a Tel Aviv come a Gerusalemme il romanzo di Franz Werfel sullo sterminio degli armeni era tra i più letti. C'era la consapevolezza che non ci sarebbe stato nessun rimorchiatore francese a venire in soccorso dei resistenti di Mussa Dagh per portarli in salvo, e che non ci sarebbe stato scampo, come era avvenuto nei ghetti dell'Europa orientale.

Si è precisato tutto ciò per sottolineare la drammaticità della vicenda storica e la dimensione non esclusivamente europea della questione.

La didattica si è dovuta confrontare con gli usi ideologici che di quella pagina tragica del Novecento si sono fatti, con il racconto e la rappresentazione della storia e con le modalità di trasmissione della memoria collettiva, inclusi negazionismi, revisionismi e distorsioni. La didattica ha dovuto tener conto delle successive rappresentazioni collettive, come parte di uno scontro fra sistemi e visioni diverse della politica, della cultura e della società, influenzando dall'interno la storiografia, le scienze sociali, la psicologia, la teologia, l'arte e la letteratura.

Gli orizzonti della ricerca, in un primo tempo fortemente limitati al periodo bellico, si sono progressivamente ampliati ed estesi al periodo di incubazione che l'ha preceduto: la prima guerra mondiale con le sue devastanti conseguenze in ogni sfera della vita pubblica e privata. Senza togliere nulla alla specificità di ogni singola fase, gli studiosi hanno esteso la loro ricerca a temi della storia culturale di breve e lungo periodo: il darwinismo sociale e l'eugenetica, l'antisemitismo di matrice religiosa e quello "razziale".

Non per caso il tema della didattica della Shoah ha stentato a trovare in ambito accademico una sua definizione disciplinare e solo dagli anni '60, con la discussione pubblica innestata dal Processo Eichmann, ha progressivamente conquistato ambiti che dapprima erano rimasti ai margini o limitati ai contributi di eccezione di alcuni studiosi ebrei di origine tedesca: ad esempio in psicologia con gli studi di Stanley Milgram sull'obbedienza, in psicoanalisi con un'attenzione nuova ai temi della testimonianza, nelle scienze sociali con un rinnovato interesse al tema del male. Più recentemente gli approcci storiografici hanno riposto una attenzione maggiore alla dimensione giuridica e psicologico sociale.

La complessità delle questioni, con l'istituzione del "Giorno della Memoria", ha fatto emergere negli insegnanti la consapevolezza delle difficoltà da affrontare, difficoltà che non potevano essere risolte d'incanto, con un uno o più corsi di aggiornamento. La sfida metteva in gioco la classificazione delle discipline e la separatezza dei saperi. Allo stesso tempo indicava un modo nuovo di fare didattica che aveva implicazioni per ogni ambito disciplinare. La sfida della didattica della Shoah aveva implicazioni più vaste che coinvolgevano ogni ambito del sapere. Anche gli insegnamenti disciplinari non sarebbero stati più gli stessi. Per queste ragioni nel 2005-2006 fu istituito presso l'Università di Roma Tre il Master internazionale di II livello, incentrato su una didattica che avesse un respiro interdisciplinare e facesse dialogare studiosi di discipline diverse. In questa prospettiva anche gli iscritti potevano provenire da specializzazioni diverse, nella convinzione che il differente curriculum, al di là delle difficoltà iniziali nella ricezione degli insegnamenti disciplinari, avrebbe rappresentato per i docenti e per il funzionamento del gruppo classe un valore aggiunto, con ricadute inestimabili sulla didattica nella scuola. Si pensi, solo per fare degli esempi concreti, alle ricadute sugli insegnamenti delle scienze e della biologia. Il discorso potrebbe essere esteso ad altre discipline apparentemente lontane come gli studi sull'alimentazione, l'attività motoria etc. In questa prospettiva, i diplomati sono stati in seguito coinvolti in attività di formazione per le scuole che hanno riguardato oltre un migliaio di ragazzi delle seconde e terze medie delle Regioni Toscana, Lazio e Piemonte per un anno intero, con test d'ingresso e di uscita per la valutazione delle competenze acquisite.

Il progetto, curato insieme alla professoressa Claudia Hassan dell'Università degli studi di Roma di Tor Vergata, ha coinvolto per la prima volta in Italia studenti di origine magrebina di religione islamica, assumendo una sicura e positiva valenza interculturale e interreligiosa, nel rispetto delle culture di origine e della sensibilità degli studenti e delle famiglie. In questo progetto si è fatto tesoro dell'esperienza di altri Paesi europei, evitando di ripeterne gli errori. L'attività è stata portata avanti con successo e presentata in occasione della Fiera del Libro di Torino nel 2008.

I risultati pubblicamente discussi in quella sede con la partecipazione di un folto pubblico di operatori e di studenti possono essere considerati un esempio di migliori pratiche di didattica della Shoah a livello interculturale.

Le scelte pedagogiche (9)

Il mantenimento della memoria di quanto è accaduto durante la prima metà del XX secolo rappresenta una delle sfide più intense nei confronti della formazione delle giovani generazioni per la società in cui viviamo e per quella futura. Per la complessità di aspetti e di piste di ricerca che la Shoah pone ancora oggi, i docenti sono consapevoli che educare alla memoria e al rispetto di quanto accaduto richieda un confronto aperto, critico e dinamico.

Nel 2000 lo Stato italiano ha stabilito che il 27 gennaio di ogni anno venisse ricordato come il "Giorno della Memoria" e che, collegati a questo ricordo della Shoah, venissero promossi progetti e percorsi educativi formativi e didattici finalizzati anche a decostruire le forme ancora radicate di pregiudizio, antisemitismo, razzismo e xenofobia.

Il Giorno della Memoria non dovrebbe rappresentare solamente un momento isolato nella programmazione didattica o l'occasione decontestualizzata per far vedere agli studenti un film sulla Shoah o invitare a scuola un Testimone.

Il Giorno della Memoria rappresenta, piuttosto, un impegno progettuale concreto da condividere tra i docenti con gli studenti e con le loro famiglie. Questo progetto può impegnare tempi diversi, inserendosi nel calendario scolastico sulla base delle necessità e delle scelte individuate dagli istituti. Per questo motivo il Giorno della Memoria ha spesso dato spazio alle più differenziate iniziative come ricerche, spettacoli, letture, visite, mostre, dibattiti, ascolto di testimonianze, ecc. Talvolta queste iniziative sono collegate al progetto annuale sostenuto dal MIUR in collaborazione con l'UCEI, "I giovani ricordano la Shoah", talvolta sono progetti promossi in autonomia dalle scuole al fine di stimolare una elaborazione culturale più aderente ai bisogni dei giovani del XXI secolo. Le innumerevoli e qualitativamente significative attività svolte dalle scuole in questi anni mostrano l'alto livello di conoscenze, sensibilità, impegno, interesse e creatività dei docenti nell'affrontare questi argomenti.

In accordo con le linee pedagogiche orientate a individuare metodi, contenuti e processi che educhino alla cittadinanza democratica e partecipata, più che un evento commemorativo o di liberazione della coscienza nei confronti di quanto avvenuto nel passato, il Giorno della Memoria dovrebbe servire a far riflettere su come le scelte, i comportamenti, le opinioni e l'uso della comunicazione possano diventare estremamente emarginanti e distruttive quando sono mosse da ideologie discriminanti e razziste. Attraversare le dinamiche e i processi che, nei vari contesti storico-culturali, hanno progressivamente generato il consolidarsi delle idee di diversità come sinonimo di anormalità e/o di inferiorità, permette di fare comprendere ai giovani la fenomenologia dell'esclusione.

La consapevolezza della necessità di trattare le questioni relative alla Shoah come uno degli impegni più complessi e nello stesso tempo più costruttivi della professione docente si prospetta essere un percorso carico di profondi significati che mettono anche in azione dubbi, incognite, timori. Molti docenti sostengono che insegnare gli argomenti inerenti la Shoah sia una esperienza didattica molto peculiare e qualitativamente differente da ogni altro contenuto disciplinare presente nel curriculo scolastico. Se dal punto di vista disciplinare la trattazione dei temi come la storia dell'antisemitismo e delle persecuzioni rientra, per competenza, all'interno del curriculo di storia e delle discipline umanistico-letterarie, la complessità delle questioni e dei drammi riguardanti la Shoah, richiede di ampliare l'orizzonte dell'analisi richiamandosi a prospettive pedagogiche che afferiscano a metodi di indagine e di didattica interdisciplinari e transdisciplinari.

Il primo periodo del secondo dopoguerra è stato, per vari motivi, caratterizzato da un diffuso silenzio nei confronti della Shoah. Tra gli anni Settanta e Ottanta, sull'onda di quanto si andava muovendo in alcuni paesi europei, vennero organizzati in Italia i primi convegni di docenti di storia per l'insegnamento del periodo tra le due guerre, il secondo conflitto mondiale e l'Olocausto. Negli ultimi decenni, invece, sono state aperte nuove e interessanti piste di riflessione culturale anche per educare alla cittadinanza partecipativa. Le varie esperienze hanno evidenziato come la trattazione di queste tematiche richieda di assumere una prospettiva di incontro e dialogo tra le discipline non solo sui loro contenuti, ma anche sugli approcci di ricerca e di confronto dei risultati emersi. L'approccio interdisciplinare allo studio della Shoah si è venuto a delineare con maggiore precisione in questi ultimi anni.

Questo evolversi della consapevolezza di ciò che avvenne durante la Shoah e di quanto gravi siano le responsabilità umane ha profondamente influenzato anche le differenti aree della pedagogia, che si sono interrogate sulla relazione tra educazione e formazione al benessere sociale e su come talvolta alcuni modelli e approcci educativi possano essere responsabili della costruzione di intolleranza, violenza, obbedienza incondizionata e omologazione.

Il riferimento all'uso delle fonti orali, alla relazione con le testimonianze, alla comprensione delle differenti fonti biografiche e di narrazione rappresentano oggi strumenti importanti di indagine interdisciplinare.

Coinvolgere le nuove generazioni, le cui relazioni si fanno sempre più multietniche e storicamente lontane dai fatti della Shoah, genera il bisogno di progettare specifici percorsi di conoscenza culturale locale, nazionale e internazionale.

Benché sia necessario riferirsi in modo corretto, competente e preciso agli aspetti della macrostoria, è indispensabile integrare a questa una prospettiva pedagogica critica e fenomenologica, capace di osservare e far emergere, attraverso fonti, testimonianze, biografie e narrazioni, le esperienze di uomini, donne e bambini che di quella storia sono stati i protagonisti.

Indagare con gli studenti, coinvolgendoli con domande e questioni ancora aperte su cosa sia successo e come sia potuto succedere, cercando di dare un senso concreto e reale ai luoghi e alle storie di vita delle persone, porta alla necessità di considerare con attenzione come gli ebrei, cittadini dei paesi europei, vivessero prima del 1938 e come fossero riusciti a riabbracciare la vita dopo il 1945 senza appellarsi ad alcuna forma di rivendicazione o risentimento, ma guardando solo a costruire un nuovo e migliore futuro.

Spesso lo studio della Shoah rappresenta per gli studenti il primo momento per conoscere la realtà ebraica. La presenza della popolazione ebraica in Europa e le differenti storie che l'hanno caratterizzata nel corso dei secoli sono un presupposto formativo imprescindibile per affrontare la questione della Shoah. La trattazione della presenza bimillenaria della popolazione ebraica in Europa diventa inoltre un focus importante per costruire un pensiero critico e complesso, capace di cogliere le molteplici forme di coesistenza sociale e culturale, il rapportarsi delle diversità nella storia culturale del nostro Paese, ma anche le forme di violenza esercitate dalle popolazioni locali nei confronti della minoranza ebraica fin dai tempi antichi.

Il riferimento alla storia della presenza degli ebrei in Europa e in Italia non deve tralasciare di affrontare la difficile trattazione dell'ostilità nei confronti degli ebrei, manifestata attraverso l'antigiudaismo del mondo antico e l'antisemitismo in età moderna e contemporanea. Indagare su quanto è avvenuto rifiutando e impedendo che si vengano a formare nuove forme di avversità nei confronti degli ebrei, spinge a guardare avanti e a ricercare anche attraverso il dialogo interreligioso, i valori comuni che attraversano le diversità e promuovono la costruzione di un futuro di autentico rispetto della vita e della dignità di ogni essere umano.

Un ulteriore campo di esplorazione pedagogica estremamente attuale che lo studio della Shoah richiama, è dato dalla necessità/capacità di affrontare un argomento che porta in sé tutte le caratteristiche di un trauma umano senza precedenti. In realtà la Shoah è un trauma composto da una complessità di traumi (10).

La chiarezza e la consapevolezza degli strumenti, dei contenuti e dei metodi che si intendono utilizzare costituiscono per i docenti un framework di sostegno e di riferimento per la molteplicità di argomenti che devono essere affrontati. Li aiutano, inoltre, a rielaborare l'impatto emotivo, cognitivo, morale e valoriale che lo studio della Shoah porta con sé.

Opportunità didattiche come il teatro, la musica, la pittura, così come la partecipazione all'ascolto diretto e/o indiretto delle testimonianze dei sopravvissuti, la costruzione di materiali didattici, la sollecitazione ad individuare nuovi indirizzi di ricerca, contribuiscono ad alleggerire il carico emotivo spesso avvertito dai giovani e di declinare l'oggetto di studio rispettando le differenti sensibilità ed età degli studenti.

Dare alle giovani generazioni gli strumenti per conoscere la Shoah richiede che i docenti consolidino le basi contenutistiche e disciplinari degli argomenti trattati e sviluppino competenze pedagogiche di ascolto attivo e partecipato. È quindi fondamentale considerare come agiscono, quali potenzialità hanno e quali supporti possono dare a beneficio della didattica e del sapere complesso gli strumenti tecnologici per lo sviluppo dell'apprendimento della conoscenza sulla Shoah.

Anche il capitolo sui "Giusti tra le Nazioni" offre una complessità di riflessioni pedagogiche che devono essere comprese all'interno della progettazione didattica interdisciplinare. Riferendosi al ruolo assunto dalla pedagogia nell'indagare e ampliare la sfera della responsabilità dei soggetti, questo capitolo permette di esaminare e di rendere visibile quanto sia importante impegnarsi per la giustizia, la pace e il rispetto dei diritti umani (11). Esplorare questo campo di storia, contestualizzandolo all'interno dei fatti e degli eventi devastanti che soffocavano ogni speranza di salvezza, apre a considerazioni importanti sulla fiducia nella salvezza dell'umanità. Con il riferimento alle tante storie dei "Giusti tra le Nazioni", gli studenti apprendono che c'è sempre la possibilità di pensare e di compiere azioni di resistenza pacifica per rifiutare la complicità attiva e passiva con il male. Analizzare ed approfondire le testimonianze dei "Giusti tra le Nazioni" sollecita i giovani a riflettere su come ogni persona sia responsabile delle azioni che compie e che ogni essere umano, con le proprie scelte e il proprio comportamento, può fare la differenza.

Va ricordato, inoltre, che la diversità delle appartenenze e delle provenienze culturali e sociali delle persone che hanno aiutato e fatto di tutto per sottrarre gli ebrei alla persecuzione e allo sterminio dimostra che la bontà dell'animo umano si trova ovunque.

Due contributi pedagogico-educativi

1. Yad Vashem

Un importante contributo a come progettare l'insegnamento e promuovere l'apprendimento dei fatti e dei significati della Shoah ci viene offerto dall'International School for Holocaust Studies, uno dei settori del complesso centro di Yad Vashem di Gerusalemme (http://www.yadvashem.org/).

Yad Vashem considera prioritario che qualsiasi percorso di studio sulla Shoah ponga al centro dei suoi obiettivi formativi ed etici il principio di salvare ogni individuo dall'anonimato. Proprio in riferimento all'incontenibile numero di persone brutalmente eliminate e al rischio che questo possa condurre ad una percezione non corretta di quanto accaduto, la proposta pedagogica di Yad Vashem è quella di focalizzare l'attenzione sulla storia di vita di ogni singola persona, sulla famiglia e sulle caratteristiche socio-culturali delle comunità ebraiche che sono state spazzate vie dalla bufera distruttrice nazifascista. Per realizzare questo è necessario impostare un lavoro di ricerca sul mondo e la vita ebraica prima della guerra, realizzabile attraverso la grande raccolta di documenti, video, immagini, disegni, fotografie presenti negli archivi del centro di Gerusalemme. È sempre necessario considerare il dramma della Shoah, restituendo alle vittime la dignità di esseri umani unici e irripetibili, con un volto, un corpo, con pensieri, desideri, passioni, aspettative, con la loro rete di relazioni interpersonali. Lo studio del cambiamento dei sistemi di vita delle persone in prossimità degli eventi permette di rimanere dentro la dimensione umana della Shoah e di costruire degli strumenti di comprensione della realtà, anche attuale, di fondamentale importanza.

Yad Vashem pone anche in luce la necessità di considerare i terribili dilemmi affrontati durante quegli anni. In opposizione all'immagine della vittima passiva che viene condotta alla morte quasi in silenzio, ciò che deve emergere è la modalità di resistenza umana, non violenta, culturalmente forte esercitata anche in situazioni estreme. Questa linea di analisi sviluppa una sensibilità empatica e allontana ogni forma di giudizio personale, oltre a rendere chiaro che non esiste alcuna lineare correlazione tra le forme di violenza e sopraffazione subite e l'insorgere di un successivo comportamento violento. Come dimostrano i fatti storici e le testimonianze dei sopravvissuti, il ritorno alla vita non è stato per nessuno un momento di rivendicazione o di vendetta.

Sono molte le storie che possono essere presentate a questo riguardo. Le storie dei sopravvissuti ci trasmettono una grande forza di volontà e il profondo desiderio di tornare alla vita facendo ogni sforzo per mettere da parte il male subito e ricostruire ciò che il nazifascismo aveva distrutto. Ci sono molteplici possibilità di raccogliere, ascoltare e fare uso didattico/educativo delle testimonianze come storie di vita.

2. IHRA - International Holocaust Remembrance Alliance

Con la dichiarazione di Stoccolma del 2000 risulta chiara la responsabilità assunta dalle delegazioni degli Stati membri di condividere l'impegno ad incoraggiare e promuovere lo studio per la conoscenza della Shoah in ogni sua forma e in ogni sua dimensione. L'impegno solennemente assunto riguarda lo studio e il ricordo della Shoah sia sul piano dell'educazione formale che di quella non formale. L'aspetto formale è rivolto alla scuola, con i curricula, i contenuti, i metodi, la formazione dei docenti; l'aspetto non formale impegna la società civile, che deve saper offrire opportunità di approfondimento, dibattito, scambio, elaborazione sulla molteplicità di questioni che il periodo della Shoah ha segnato per la storia dell'umanità.

Le linee guida proposte dall'IHRA rappresentano un importante contributo all'insegnamento e all'apprendimento delle questioni relative alla Shoah, ma sottolineano, al tempo stesso, come non esista un unico modo o un modo corretto per affrontare l'argomento.

Particolarmente orientate a promuovere la curiosità intellettuale e il pensiero critico degli educatori, degli insegnanti e delle giovani generazioni, le linee guida dell'IHRA sollecitano alla programmazione di attività didattiche partendo dal presupposto che la Shoah sia stata un evento spartiacque della storia dell'umanità. Secondo quanto indicato dall'IHRA, la Shoah deve porre gli studenti e gli insegnanti a confrontarsi sulle questioni morali e spirituali, politiche e sociali, scientifiche e ambientali che si sono venute definendo prima, durante e dopo la Shoah e che con caratteri talvolta latenti si presentano ancora oggi.

Importante risulta poi affrontare le questioni della Shoah anche per cogliere analogie e differenze con altre forme di genocidio verificatesi in epoca moderna.

Per questo è sempre raccomandabile, oltre che eticamente corretto, fare riferimento alle fonti e documenti originali che aiutano i docenti a rispondere alle tre domande di base che permettono di orientarsi nella complessità di questo tema: Perché devo insegnare la Shoah; Che cosa devo insegnare sulla Shoah; Come devo insegnare la Shoah.

"Le buone pratiche". Il concorso e l'uso del web (12)

Il concorso "I giovani ricordano la Shoah"

Tra le "buone pratiche" che da anni sono state adottate nelle scuole in Italia va senza dubbio segnalato il Concorso per le scuole sui temi della Shoah, giunto quest'anno alla sedicesima edizione.

Nel corso di questi lunghi anni, che hanno visto l'Italia e il mondo subire cambiamenti per alcuni versi inimmaginabili, la partecipazione a questo concorso si è mantenuta stabilmente, così come l'interesse nel voler conoscere questi temi.

"I giovani ricordano la Shoah" è il nome del concorso indetto dal MIUR in collaborazione con l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane: vero fiore all'occhiello dell'educazione inerente la Shoah in Italia.

Per l'Italia la riflessione sulla Shoah, in particolare nelle scuole, è un impegno e al contempo un tentativo per garantire ai cittadini di domani la costruzione della consapevolezza e di una coscienza.

Consapevolezza e coscienza di quanto l'accettazione degli stereotipi prima, del sopruso e della barbarie poi, siano parti di una catena cosicché - come scriveva Primo Levi - 'se è accaduto, può di nuovo accadere'. Ed è anche per insegnare questo ai bambini di oggi, gli adulti di domani, che ogni anno viene proposto il concorso. È un incitamento alla riflessione ed allo studio di un argomento che - è sempre bene ricordare - è obbligatorio dal 2000, attraverso la legge n. 211, 20 luglio 2000.

Studiare, indagare, discutere ed infine elaborare i temi in una sorta di "restituzione" è anche in misura più o meno grande una sorta di "tikkun", ossia una forma di "riparazione" ai mali, insita nel pensiero e nella tradizione ebraica.

La Shoah, che ha costituito un vero spartiacque nella storia dell'occidente, è un momento topico nella formazione, e di questo ne sono ben coscienti i docenti che vedono crescere nelle classi i loro alunni e che anche oggi testimoniano l'attualità e l'importanza di questa proposta.

Prepararsi per il concorso e presentare collegialmente un elaborato è uno dei modi in cui la scuola - attraverso una muta proclamazione collettiva che si esplicita materialmente e fisicamente attraverso il lavoro che viene svolto nelle classi e presentato per il concorso - dichiara quello che è un serio impegno: il lavoro che contiene e sintetizza la promessa che anche se è accaduto, ci sono delle componenti nella società che si impegneranno perché non succeda di nuovo.

È un impegno che nasce nella convinzione che lo studio e l'approfondimento costituiscano un contributo essenziale al pieno sviluppo della personalità e ad una formazione completa dell'individuo, fornendo gli strumenti necessari ai giovani per interpretare e comprendere la complessa realtà contemporanea e permettendo un impegno consapevole ed attivo all'interno della società attuale.

A latere del concorso è negli anni nata un'altra iniziativa: "I giovani ricordano la Shoah: mostra/evento itinerante per l'Italia", in cui si espongono gli elaborati pervenuti più significativi. Negli ultimi anni sono state realizzate alcune mostre con i migliori lavori dei ragazzi che nelle varie edizioni del concorso sono stati premiati o che si sono distinti per il loro alto valore artistico. Altre mostre sono in via di realizzazione, in diverse città in Italia.

La vitalità, il trasporto e la profondità che esprimono le opere realizzate per il concorso, insieme allo studio che ne ha permesso la realizzazione, sono indice di una Memoria che è vissuta e partecipata, resa viva e attuale dalle giovani voci narranti che si intuiscono dietro ciascun lavoro.

Il concorso ha una grande prestigio e rilevanza che deriva dal riconoscimento del valore e della qualità degli elaborati anche perché i vincitori sono premiati tutti gli anni dal Capo dello Stato durante la solenne cerimonia per la celebrazione del Giorno della Memoria al Quirinale.

Studiare attraverso il web

Un altro momento topico nella formazione dei ragazzi e buona pratica è lo studio attraverso il web.

Tra i diversi media utilizzabili per narrare, per informare, il web è probabilmente quello che si avvicina di più al linguaggio dei giovani, quello che aderisce meglio al concetto di educare ognuno secondo la sua inclinazione. I ragazzi e anche i bambini sembrano davvero essere una generazione nata con una tastiera o uno smartphone come «naturale» prosecuzione della mano. Il linguaggio verbale dei giovani pare spesso sincopato come quello delle chat in rete. Apprendere dal web è per loro naturale. Il web viene usato con la stessa disinvoltura per scambiare informazioni, per prendere un appuntamento o per far sapere in tempo reale, attraverso i social network, cosa si sta facendo in quel preciso momento.

Veicolare attraverso il web i contenuti che vogliamo proporre può senz'altro costituire una agevolazione nella trasmissione e quasi una garanzia che il messaggio arrivi. Il web può essere uno straordinario strumento di auto-consultazione e autoformazione. È un dovere del formatore educare gli studenti all'autoformazione, indirizzarli nella direzione dell'autoapprendimento perché sappiano orientarsi autonomamente, per apprendere nuove informazioni e competenze, per renderli in grado di gestire autonomamente e responsabilmente la propria ricerca. Guidarli in un lavoro di questo genere significa puntare sullo sviluppo di metodologie consone alle motivazioni, alle attitudini e anche agli interessi del singolo.

Studiare attraverso il web significa adeguare il messaggio al linguaggio dei loro utilizzatori: in gran parte i giovani. Si leggono, e speriamo si continuino sempre a leggere, libri e giornali, ma molto si legge anche sullo schermo del pc. C'è da tenere in considerazione l'attitudine di molti ragazzi, che preferiscono essere produttori piuttosto che consumatori di parole. Valga come esempio il dilagare dei blog e la sproporzionata diffusione dei social network e delle conseguenze date dalle fake news e dallo hate speech. Anche di questo dobbiamo tener conto nel proporre la formazione attraverso il web. Fornire gli strumenti per la comprensione del fenomeno significa informare per formare. Chi mette il proprio lavoro in rete, così come un insegnante o un educatore che spende parole, non sa quanto, quando, se, e spesso neanche a chi quelle parole arriveranno. La rete opera così. Tutti possono trarne beneficio. Ma questo può essere anche un grande svantaggio: il target, il fruitore non può essere preventivamente determinato e soprattutto ormai tutti i giovani sono esposti alle informazioni date attraverso questi strumenti, ma purtroppo non sempre hanno capacità di discernimento rispetto alla validità e alla verità di quanto leggono.

Inoltre alcuni siti sono magari rivolti solo a specialisti, oppure al contrario sono talmente divulgativi che la loro consultazione può rivelarsi una perdita di tempo. Inoltre, nell'usare il web si utilizzano fonti messe in rete da altri e delle quali spesso non si può verificare la veridicità. La scelta delle fonti da proporre agli studenti deve essere molto attenta e accurata. In rete il rischio di incappare in siti non adeguati o addirittura presentanti informazioni o dati falsi è molto serio. Infatti il basso costo e la facilità di realizzazione di un qualunque sito corrispondono in modo direttamente proporzionale al numero di siti «specialistici» che si trovano oggi on line e in modo inversamente proporzionale alla qualità.

Inoltre quando chi legge non segue i fatti ma le narrazioni, cerca una conferma alle proprie idee e pregiudizi. La mole di dati oggi disponibile purtroppo rende possibile la diffusione della disinformazione a livelli inimmaginabili. Alcuni seri studi mostrano che la selezione dei contenuti avviene spesso attraverso il meccanismo definito come "pregiudizio di conferma". Questo porta alla formazione di gruppi che si creano intorno a temi specifici, spesso con valenze negative e rafforzate dallo spirito di gruppo. Contesti del tipo qui descritto rendono di fatto piuttosto difficile informare correttamente o fermare una fake news. Quando la comunicazione diviene per forza di cose troppo semplificata, c'è il rischio di scegliere anziché l'informazione, la narrazione emotiva. Bisogna vigilare al fine che la disinformazione non si sostituisca alla informazione, soprattutto in ambito digitale, con le conseguenze che potrebbe comportare.

E ancora: non sempre la qualità dei contenuti corrisponde all'accuratezza grafica che attrae il navigatore. Spesso incappiamo in siti accuratissimi e graficamente accattivanti ma che, spesso proprio come la pubblicità, non mantengono le promesse che fanno, oppure siti che al contrario si fanno poco guardare a causa della loro essenzialità o semplicità, ma che ci offrono spunti e documenti di tutto rispetto. Quando abbiamo a che fare con un libro un solo colpo d'occhio ci fa distinguere tra una versione filologicamente impeccabile di un testo classico e un romanzo da bancarella. In rete questo vantaggio non è dato. Riproporre al centro l'uomo può essere una delle best practices da perseguire.

Non a caso i Maestri dell'ebraismo affermano che "è stata creata una sola persona, perché ognuno possa dire per me è stato creato il Mondo". Le responsabilità maggiori ricadono sui Maestri del pensiero, che devono interrogarsi e chiarire come deve essere il Mondo Nuovo. E ancora le responsabilità ricadono su chi ha il compito di formare i leader che sappiano fare propria e trasmettere l'idea per cui nessuno possa affermare "solo per me è stato creato il mondo".

Gli educatori sanno bene che le nuove tecnologie condizionano i giovani nei loro modi e nel loro pensiero: proprio per questo debbono farsi garanti delle proposte, in particolare quando debbono guidare lo studente nel mare magnum del web, dei social e youtube. E comunque è indispensabile sottolineare che lo studio fatto attraverso il web va incasellato all'interno del percorso di uno studio.

Inoltre, al di là della intenzionalità dei curatori, troppo spesso i siti di Shoah propongono l'orrore dei racconti e soprattutto delle immagini come chiave per catturare il navigatore. Se si digitano su Google le parole Shoah, Shoa o Olocausto, si aprono oggi - gennaio 2018 - oggi come un abisso milioni di pagine. Quali siti potrà scegliere l'insegnante? Da parte nostra ne indichiamo una selezione ristretta nella sitografia.

Attività didattiche attraverso i documenti archivistici, in collaborazione con gli Archivi di Stato (13)

Da molti anni gli Archivi di Stato italiani (Istituti che conservano la documentazione prodotta dagli uffici dello Stato in ogni provincia e quella donata allo Stato o acquistata dallo Stato o depositata presso lo Stato da privati e istituzioni ed enti pubblici non statali, come i comuni, gli ospedali, o le Università) e le Soprintendenze archivistiche che tutelano la documentazione non statale svolgono importanti attività didattiche in collaborazione con le scuole. Lo scopo di queste attività è quello di introdurre gli studenti alla ricerca storica attraverso un appropriato uso dei documenti. Esse riscuotono un notevole successo, sia in termini di partecipazione, che in termini di soddisfazione degli studenti (pari ad oltre il 90%).

Nell'anno scolastico 2016-2017, grazie anche all'avvio dei progetti di alternanza scuola-lavoro, sono stati coinvolti complessivamente 5435 studenti provenienti da oltre 300 scuole medie superiori, in 65 Archivi di Stato e in 9 Soprintendenze archivistiche e bibliografiche.

Fra i progetti realizzati, 12 hanno riguardato documentazione relativa al periodo della I guerra mondiale, primo dopoguerra e periodo fascista, uno il periodo dell'occupazione tedesca (1943-1945). Nell'ambito di questi progetti, realizzati in altrettanti Archivi di Stato, sono stati schedati e studiati anche documenti attestanti la partecipazione degli ebrei italiani alla I guerra mondiale e il loro alto livello di identificazione con la nazione, documenti attestanti il loro coinvolgimento nella vita civile e politica del primo dopoguerra e confrontati con la documentazione delle Prefetture e Questure riguardanti l'applicazione delle leggi razziste del fascismo.

In precedenza, nell'ambito di una esperienza didattica condotta nell'anno scolastico 2013-2014 all'Archivio di Stato di Roma (http://www.archiviodistatoroma.beniculturali.it/index.php?it/257/servizio-educativo), era stata condotta una ricerca dal titolo "Dall'armistizio alla liberazione: Roma città aperta?". In occasione del 70° anniversario della liberazione di Roma dall'occupazione nazi-fascista, sono stati resi accessibili ai giovani i documenti archivistici originali, attraverso forme pedagogiche adatte alle diverse fasce d'età, quali la scrittura creativa e l'uso della voce e del corpo. Sono state presentate lettere, delazioni, deposizioni, testimonianze e interrogatori tratti dagli archivi della Corte d'Assise, della Prefettura e

Questura di Roma, del Carcere di Regina Coeli, che gli studenti, guidati dagli operatori, hanno letto, trascritto e schedato, interpretandole alla luce del contesto storico. È seguita una fase creativa, volta a dare voce e movimento ai personaggi emersi dallo studio delle fonti. All'interno di questo lavoro è stata data particolare importanza alle fonti che testimoniano il fenomeno della delazione e dell'arresto di ebrei.

Molte delle attività didattiche riguardanti la persecuzione antiebraica si svolgono in preparazione del Giorno della memoria del 27 gennaio. In particolare gli studenti, da molti anni, vengono coinvolti in visite e presentazioni di documenti presso gli Archivi di Stato e, in diverse occasioni, gli studenti di alcune classi partecipano in prima persona alla realizzazione delle iniziative, in particolare delle mostre documentarie. Si tratta di una consuetudine che si protrae almeno da una decina di anni e che coinvolge quasi tutti gli Istituti e una media di tre classi per Istituto. Per quanto riguarda gli Archivi di Stato queste attività sono focalizzate sulla presentazione di mostre, con documenti, provenienti per lo più dai fondi delle Prefetture, delle Questure e delle carceri, sulla persecuzione antiebraica, ma anche sui Displaced Persons Camps istituiti in Italia dopo la Liberazione. In particolare, una mostra, visitata da circa 800 studenti e accompagnata da lezioni, è stata allestita in proposito nella sede della Soprintendenza archivistica e bibliografica di Bari nello scorso mese di gennaio.

Nell'impossibilità di dare conto delle centinaia di iniziative intraprese, se ne citano qui solo alcune, a titolo di esempio, fra quelle che hanno visto il diretto coinvolgimento delle scuole.

Nel gennaio 2017, mostra e attività didattiche all'Archivio di Stato di Brescia (http://www.quibrescia.it/cms/2017/01/17/archivio-di-stato-mostra-per-giornata-della-memoria/), mostra didattica sui campi di internamento per ebrei in Molise all'Archivio di Stato di Campobasso (quotidianomolise.com/giornata-della-memoria-mostra-documentaria-allarchivio-di-stato/). Nel 2016 all'Archivio di Stato di Rieti attività di ricerca e mostra in collaborazione con le scuole sul campo di internamento per ebrei di Farfa, poi divenuta un volume "La normalità colpevole. Il campo di Farfa e i riflessi della Shoah nei documenti dell'Archivio di Stato di Rieti". È stata anche ricostruita, insieme agli studenti di un liceo reatino, la storia di Roberto Gattegno un bambino nato durante la prigionia dei genitori ebrei ad Amatrice, che ha vissuto la sua breve vita nel campo di concentramento di Fossoli e che venne poi deportato ad Auschwitz dove a 10 mesi fu trucidato dai nazisti.

Dal 2014 è stata avviata dall'Archivio di Stato di Pescara, in collaborazione con una scuola media inferiore, un programma di ricerca storica sulla comunità degli ebrei di Pescara che partirono dalla stazione ferroviaria - presumibilmente di Porta Nuova - diretti ai campi di concentramento. La ricerca è poi sfociata in una manifestazione, per lasciare un segno sul territorio di Pescara attraverso una lapide apposta alla stazione. Sono state utilizzate informazioni della questura e dell'ufficio di gabinetto del ministero, per capire la presenza degli ebrei a Pescara e in provincia e ricostruire la vicenda degli internati, in località di montagna (http://www.archiviodistatopescara.beniculturali.it/index.php?it/265/giornata-della-memoria-per-non-dimenticare).

Nel 2016, l'Archivio di Stato di Biella ha realizzato un laboratorio didattico dal titolo "Acquisire consapevolezza" con i ragazzi delle classi terze delle scuole medie Salvemini e Marconi di Biella, per rilevare e valutare dai documenti l'impatto delle leggi razziali sulla società biellese e, in particolare, sui giovani in età scolare. (http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Eventi/visualizza_asset.html_130301547.html).

Nel 2014, l'Archivio di Stato di Firenze ha promosso, con gli alunni del Liceo Alfieri (http://www.alumnicesarealfieri.it/archivio-di-stato-di-firenze-iniziative-occasione-della-giornata-della-memoria/) la mostra "Matite razziste. Antisemitismo e razzismo nelle illustrazioni del periodo fascista".

Va ricordato che nel 2012 l'Archivio di Stato di Roma aveva realizzato una mostra didattica intitolata "Giorno della Memoria. La persecuzione degli ebrei a Roma. Documenti e voci" che è poi stata allestita, nel corso degli anni successivi, in numerose scuole dei comuni della Provincia di Roma.

Per quanto riguarda le Soprintendenze, si segnalano le attività di ricerca promosse, assai precocemente, negli archivi delle scuole, per ricostruire le vicende degli studenti e docenti ebrei degli Istituti, attraverso i registri scolastici e i documenti amministrativi. Queste ricerche, condotte dagli studenti nelle loro scuole, hanno prodotto risultati di grande interesse. Si cita, solo a titolo di esempio, il lavoro degli studenti del liceo T. Tasso di Roma nel 2007, che ha portato gli stessi studenti a voler affiggere una lapide nella scuola a ricordo dei ragazzi e dei professori espulsi nel 1938. Merita una particolare menzione il lavoro condotto nel 2013 in un istituto superiore di II grado cagliaritano, volto ad appurare l'impatto delle leggi razziali, attraverso lo studio delle circolari per il censimento di studenti e docenti ebrei e delle risposte della scuola, in un istituto dove non c'erano né allievi, né docenti ebrei.

Infine, va ricordato l'uso molto esteso, da parte di docenti e, tramite loro, degli studenti, delle 433 testimonianze in italiano, raccolte dallo University of Southern California Shoah Foundation Institute, pubblicate integralmente in un'apposita area del sito dell'Archivio centrale dello Stato (www.shoah.acs.beniculturali.it). A partire dalle interviste, già prima della loro pubblicazione on line, sono state realizzate attività didattiche. Si segnala, in particolare, quella svolta dagli studenti del liceo Tasso di Roma nell'anno scolastico 2003-2004. (Al riguardo vedi M. Procaccia, Alcune considerazioni sul possibile uso didattico della testimonianza registrata, in A. Chiappano, F. Minazzi (a cura di), Il ritorno alla vita e il problema della testimonianza. Studi e riflessioni sulla Shoah, Firenze, Giuntina, 2007, pp. 73-76).

Dalle testimonianze pubblicate sul sito dell'Archivio centrale dello Stato sono stati tratti alcuni percorsi didattici, proposti nell'area italiana dell'USC Shoah Foundation Institute (https://sfi.usc.edu/italian).

Benché non si tratti di un Istituto archivistico vero e proprio, non è possibile concludere questa veloce panoramica senza menzionare le importanti attività didattiche svolte dall'Istituto centrale per i beni sonori e audiovisivi, ex Discoteca di Stato, di Roma e, in particolare, quelle dedicate alla presentazione agli studenti dei documenti sonori del razzismo fascista, con particolare riferimento anche all'analisi delle canzoni e dei cartoni animati di propaganda razzista nel fascismo.

Le fonti di documentazione della storia della Shoah (14)

La storia della Shoah può essere studiata in ambito scolastico facendo ricorso a numerose e diversificate tipologie di fonti. Si tratta, a seconda dei casi, di fonti ordinate e immediatamente utilizzabili (archivi, memorie orali, produzioni multimediali), oppure di fonti primarie non ancora studiate (ad esempio molti archivi delle singole istituzioni scolastiche).

In questa sezione vengono proposte in maniera schematica le principali tipologie di fonti di documentazione, con l'indicazione di alcune risorse disponibili on-line e di una bibliografia sommaria. Nel consultare questa sezione deve essere ben presente un dato storico preliminare: la storia della Shoah è di per sé una disciplina che ha conosciuto diverse trasformazioni strettamente connesse ai mutamenti di sensibilità sociale, culturale e politica espressi dalla società italiana. I testimoni immediati, sopravvissuti allo sterminio, non furono ascoltati nei mesi e anni successivi al conflitto. Le prime ricerche scientifiche di un certo rilievo non apparvero se non agli inizi degli anni '60 del Novecento, anni nei quali iniziò anche una prima produzione di film e di fiction sulla Shoah. Solo sul finire degli anni '70 iniziò a farsi strada una certa disposizione all'ascolto dei testimoni, e si avviò la produzione di una corposa memorialistica scritta, alla quale si aggiunse la realizzazione di numerosi documentari filmati. Fu l'epoca della produzione di decine di migliaia di interviste realizzate dalla Shoah Visual Foundation, e per l'Italia dalla Fondazione CDEC. Con il crollo del Muro di Berlino si aprì inoltre una nuova stagione di ricerca, con la possibilità di consultare archivi prima non esplorabili e di visitare in maniera più libera i luoghi dello sterminio in Europa centro-orientale. Negli anni '90 si avviò quindi anche in maniera più consistente la dinamica relativa all'identificazione dei "Giusti tra le Nazioni", stagione che per l'Italia prese avvio innanzitutto dopo la pubblicazione del libro di Enrico Deaglio sulla vicenda di Giorgio Perlasca (La banalità del bene, Milano 1991). L'istituzione per legge del Giorno della Memoria nel 2000 diede avvio a un nuovo capitolo che da un lato suscitò una sempre maggior attenzione, specialmente in ambito scolastico, relativa alla Shoah, ma dall'altro spinse a una nuova stagione di ricerche storiche che di fatto prosegue in maniera incessante. Con l'esaurirsi della cosiddetta "era del testimone", oggi la ricerca si indirizza in generale a un collegamento concettuale ad altre vittime dell'epoca (rom e sinti, omosessuali, disabili, politici, etc.) e si va sviluppando la realizzazione di nuovi luoghi memoriali a cui si associano centri di documentazione e di divulgazione.

Fonti archivistiche

Non esistono a livello statale strutture che raccolgono documentazione unicamente dedicata alla Shoah in Italia. Gli archivi di stato e gli archivi locali sono ricchi di documenti su questa vicenda, ma in massima parte è necessario essere affiancati da ricercatori per poter utilizzare al meglio materiali come le fonti di polizia, i registri sulla confisca dei beni o la documentazione amministrative relative alle persecuzioni antiebraiche. Sono però disponibili alcune fonti pubblicate, ed altre consultabili online e che riportiamo nella sitografia.

Fonti audiovisive

Esistono numerose videoteche che distribuiscono alle scuole materiale audio-video (ad esempio la Fondazione Museo della Shoah a Roma, o la Fondazione CDEC a Milano); in alternativa sono presenti risorse online (per esempio http://www.raiplay.it/programmi/storiedellashoah) nelle quali sono disponibili materiali video di vario formato utilizzabili per l'attività didattica. Si tratta di strumenti utili, da utilizzare però con attenzione particolare quando finalizzati agli obiettivi dell'insegnamento. La proiezione va inserita in un percorso che porti alla comprensione dell'evento storico. L'utile coinvolgimento emotivo degli studenti deve condurre a una conoscenza il più possibile razionale. Al docente il compito di lavorare su elementi quali la terminologia, la cronologia, la contestualizzazione. È necessario lavorare su Storia (personaggi, momenti e luoghi particolari della loro vita); Macrostoria (eventi della storia generale e della geografia dell'epoca); Scelte dell'Autore (soggetti, inquadrature, ambientazioni, colonna sonora, immagini di repertorio).

Testimonianze

http://www.shoah.acs.beniculturali.it/ Raccoglie le testimonianze della Visual Shoah Foundation relative all'Italia, indicizzate per argomenti.

---

(1) Il presente testo è stato elaborato dagli esperti appartenenti alla delegazione italiana dell'International Holocaust Remembrance Alliance, nominata con Decreto della Ministra dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca n. 939 del 30.11.2017

(2) Introduzione a cura di Anna Piperno, Ispettrice MIUR, esperta di Educazione alla Shoah.

(3) L'IHRA è un organismo internazionale composto attualmente da 31 Paesi membri che, con la sottoscrizione della "Dichiarazione di Stoccolma" del 2000 (reperibile sul sito dell'IHRA), hanno assunto l'impegno di promuovere nei loro paesi il ricordo, la ricerca e l'educazione sulla Shoah.

(4) Si vedano sul sito del MIUR la traduzione delle "guidelines" elaborate dall'IHRA ("why", "what", "how") e gli spazi dedicati a queste tematiche nei siti dell'UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), del CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), dello Yad Vashem di Gerusalemme e del Mémorial della Shoah di Parigi.

(5) La stessa definizione di genocidio fu adottata nel '48 dalle Nazioni Unite, dopo l'esperienza della Shoah.

(6) Si veda sul sito dell'IHRA, la pubblicazione della "Empirical Holocaust Education Research" (2017).

(7) A cura del prof. Michele Sarfatti, Studioso della persecuzione antiebraica e della storia degli ebrei in Italia nel XX secolo. Dal 2002 al 2016 direttore della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea CDEC, Milano. Dal 2007-8 al 20015-6 docente del Laboratorio "Storia della Shoah", Università statale di Milano.

(8) A cura di David Meghnagi, Professore di Psicologia Clinica, Psicologia dinamica e Psicologia presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università Roma Tre, docente di Psicologia della Religione e di Pensiero Ebraico al Master Internazionale in Scienza della Religione di Roma Tre.

(9) A cura di Silvia Guetta, professoressa di Pedagogia generale e sociale presso il Dipartimento di Scienze Formazione e Psicologia dell'Università degli Studi di Firenze.

(10) Vedi Meghnagi, David, Ricomporre l'infranto: l'esperienza dei sopravvissuti alla Shoah, Marsilio, Venezia, 2005.

(11) Fino al 1 gennaio 2017 Yad Vashem ha riconosciuto 682 italiani, uomini e donne, "Giusti tra le Nazioni" (https://www.yadvashem.org/righteous/statistics.html). Lo Stato italiano ha approvato nel dicembre 2017, la legge che istituisce il 6 marzo, in linea con quanto stabilito dal Parlamento Europeo nel 2012, la Giornata in Memoria dei Giusti dell'Umanità.

(12) A cura di Sira Fatucci, referente per i programmi di educazione alla Shoah presso l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

(13) A cura di Micaela Procaccia, dirigente del Servizio II - Patrimonio archivistico, presso la Direzione Generale Archivi del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

(14) A cura di Gadi Luzzato Voghera, Direttore del CDEC - Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea.

Allegato 2 - Lettera della Ministra

Care studentesse e cari studenti,

care e cari docenti,

care e cari dirigenti,

con la legge n. 211 del 20 luglio del 2000, il Parlamento italiano ha riconosciuto il 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti" specificando, all'art. 2, che in occasione di tale giorno "sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell'Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere".

È per questa ragione che, anche per quest'anno, ho voluto assicurare l'impegno del Miur nel valorizzare ulteriormente le attività di educazione alla Shoah, ma soprattutto nel fare in modo che ciò avvenga non solo in occasione della ricorrenza del 27 gennaio, ma nel corso di tutto l'anno scolastico e in diversi momenti dell'attività didattica. Proprio per questa ragione, con la stretta e costante collaborazione dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) e con tutte le istituzioni ebraiche italiane, sono state programmate una serie di iniziative che, per il 2018, si pongono come obiettivo prioritario quello di ricordare la ricorrenza degli 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia. Norme dettate da un odio ingiustificato e ingiustificabile, che hanno generato esclusione, emarginazione e indifferenza negli ambiti più comuni dell'esistenza di donne e uomini. Norme che testimoniano quanto poco può bastare per calpestare la dignità di una persona. Non siamo immuni da quell'odio. Dobbiamo sapere che è replicabile e che gli unici vaccini in grado di contrastarlo sono la conoscenza, la cultura e 1'educazione che superano paure e timori, combattono discriminazioni, sopraffazione e violenza. La scuola è il luogo in cui vogliamo e dobbiamo trasmetterle. In cui educhiamo studentesse e studenti alla cittadinanza attiva, al rispetto di ogni persona e dei suoi diritti, all'accoglienza e all'inclusione della diversità.

Per queste ragioni, per affrontare la materia con correttezza storica ed efficacia didattica, ho affidato alla delegazione italiana dell'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), organismo internazionale che si occupa della memoria della Shoah e dell'educazione delle nuove generazioni, la stesura di linee guida nazionali.

Sono lieta, quindi, di inviare .a tutte le scuole italiane il testo finale delle "Linee guida nazionali per una didattica della Shoah a scuola", sperando possano rappresentare un valido supporto al lavoro degli insegnanti nel rispetto dell'autonomia scolastica, e contribuire a educare e sensibilizzare le nuove generazioni sui temi di studio, ricerca e Memoria della Shoah, al fine di contrastare ogni forma di discriminazione, ricordare le vittime e riflettere sui valori fondanti della nostra Costituzione, anche in considerazione di un altro importante anniversario che ricorre quest'anno, i 70 anni dalla sua entrata in vigore.

Reputo, infine, fondamentale che tutti possiate leggere le parole che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rivolto alle studentesse e agli studenti presenti alla cerimonia di celebrazione del "Giorno della Memoriali presso il Palazzo del Quirinale, lo scorso 25 gennaio e che possiate utilizzarle come ulteriore contributo per riflettere, approfondire e dibattere in classe.

Buon lavoro.

Valeria Fedeli

Allegato 3 - Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla celebrazione del "Giorno della Memoria". Palazzo del Quirinale 25/01/2018

Rivolgo un saluto ai presidenti del Senato, della Camera dei Deputati e della Corte costituzionale, ai membri del governo, a tutti i presenti, a coloro che ci ascoltano attraverso la tv.

Un saluto particolare ai superstiti dei campi di sterminio, alla senatrice Segre, ai ragazzi.

Il 27 gennaio del 1945 le truppe russe varcavano i cancelli di Auschwitz, spalancando, davanti al mondo attonito, le porte dell'abisso.

Quei corpi ammassati, i volti dei pochi sopravvissuti dallo sguardo spento e atterrito, i resti delle baracche, delle camere a gas, dei forni crematori erano il simbolo estremo della scellerata ideologia nazista.

Un virus letale -quello del razzismo omicida -era esploso al centro dell'Europa, contagiando nazioni e popoli fino a pochi anni prima emblema della civiltà, del progresso, dell'arte. Auschwitz era il frutto più emblematico di questa perversione.

Ancora oggi ciò che ci interroga e sgomenta maggiormente, di un mare di violenza e di abominio, sono la metodicità ossessiva, l'odio razziale divenuto sistema, la macchina lugubre e solerte degli apparati di sterminio di massa, sostenuta da una complessa organizzazione che estendeva i suoi gangli nella società tedesca.

Il cammino dell'umanità è purtroppo costellato di stragi, uccisioni, genocidi.

Tutte le vittime dell'odio sono uguali e meritano uguale rispetto. Ma la Shoah -per la sua micidiale combinazione di delirio razzista, volontà di sterminio, pianificazione burocratica, efficienza criminale -resta unica nella storia d'Europa.

Come fu possibile che anziani, donne, bambini anche di pochi mesi, stremati dalle lunghe persecuzioni, potessero essere sistematicamente eliminati, perché considerati pericolosi nemici? Che fine aveva fatto tra gli ufficiali di un esercito prestigioso, dalle grandi tradizioni, il senso dell'onore, quello per cui, quanto meno, non si uccidono gli inermi? Dove era finito il sentimento più elementare di umanità e di pietà di una nazione, evoluta e sviluppata, di fronte alle moltitudini di innocenti avviati, con zelo e nella generale indifferenza, verso le camere a gas? Migliaia di cittadini, i "volenterosi carnefici di Hitler", come li ha definiti lo storico Goldhagen, cooperavano alla distruzione degli ebrei.

Con questo consenso il nazismo riuscì a sterminare milioni di ebrei, di oppositori politici e di altri gruppi sociali - gitani, omosessuali, testimoni di Geova, disabili - considerati inferiori e ritenuti un ostacolo per il progresso della nazione.

Saluto e ringrazio per la loro presenza il presidente della Federazione dei Rom e Sinti, il presidente dell'Associazione deportati politici. Saluto anche il presidente degli internati militari: 800 mila soldati che, per il rifiuto di collaborare con i nazisti e di arruolarsi sotto le insegne di Salò, patirono privazioni, persecuzioni e violenze.

Da Liliana Segre e Pietro Terracina abbiamo sentito poc'anzi il racconto diretto, sconvolgente e inestimabile, dell'inferno dei campi, avvertendo la stessa emozione provata, nei giorni scorsi, ascoltando le parole, anch'esse essenziali e penetranti, di Sami Modiano. Agli internati venivano negati il nome, gli affetti, la memoria e il futuro, il diritto a essere persone.

Tutti i sentimenti erano brutalmente proibiti, tranne quello della paura.

Si possono uccidere, a freddo, senza remore, sei milioni di individui inermi se si nega non soltanto la loro appartenenza al genere umano ma la loro stessa esistenza. Soltanto per effetto di questa insana distorsione essi possono essere trasformati - con un progressivo e violento processo di spoliazione - da persone, titolari di diritti, in oggetti di freddi elenchi, in numeri, come quelli che i sopravvissuti ai campi di sterminio - che saluto tutti ancora - portano indelebilmente segnati sul proprio corpo.

Anche in Italia questo folle e scellerato processo di riduzione delle persone in oggetti fu attuato con consapevolezza e determinazione. Sul territorio nazionale, è vero, il regime fascista non fece costruire camere a gas e forni crematori. Ma, dopo l'8 settembre, il governo di Salò collaborò attivamente alla cattura degli ebrei che si trovavano in Italia e alla loro deportazione verso l'annientamento fisico.

Le misure persecutorie messe in atto con le leggi razziali del 1938, la schedatura e la concentrazione nei campi di lavoro favorirono enormemente l'ignobile lavoro dei carnefici delle SS.

Le leggi razziali - che, oggi, molti studiosi preferiscono chiamare "leggi razziste" - rappresentano un capitolo buio, una macchia indelebile, una pagina infamante della nostra storia.

Ideate e scritte di pugno da Mussolini, trovarono a tutti i livelli delle istituzioni, della politica, della cultura e della società italiana connivenze, complicità, turpi convenienze, indifferenza. Quella stessa indifferenza, come ha sovente sottolineato la senatrice Segre, che rappresenta l'atteggiamento più insidioso e gravido di pericoli.

Con la normativa sulla razza si rivela al massimo grado il carattere disumano del regime fascista e si manifesta il distacco definitivo della monarchia dai valori del Risorgimento e dello Statuto liberale.

Una donna forte e coraggiosa, Ernesta Bittanti, vedova dell'eroe trentino Cesare Battisti, commentava così nel suo diario quei giorni cupi e di dolore: «Io porto tutto il peso di queste sventure nel mio cuore (...) peso che mi viene dal ruinare di questa nostra povera Italia nell'abisso della barbarie spirituale. Da cui certo si riavrà un giorno!».

Lo Stato italiano del ventennio espelleva dal consesso civile una parte dei suoi cittadini, venendo meno al suo compito fondamentale, quello di rappresentare e difendere tutti gli italiani.

Dopo aver soppresso i partiti, ridotto al silenzio gli oppositori e sottomesso la stampa, svuotato ogni ordinamento dagli elementi di democrazia, il Fascismo mostrava ulteriormente il suo volto: alla conquista del cosiddetto impero accompagna l'introduzione di norme di discriminazione e persecuzione razziale, che si manifesta già nell'aprile del 1937, con il regio decreto legge volto a punire i rapporti tra cittadini italiani e quelli definiti sudditi dell'Africa orientale italiana, per evitare che venisse inquinata la razza.

Alla metà del 1938, con le leggi antiebraiche, rivolgeva il suo odio cieco contro una minoranza di italiani, attivi nella cultura, nell'arte, nelle professioni, nell'economia, nella vita sociale. Molti, venti anni prima, avevano servito con onore la Patria - come ufficiali, come soldati - nella grande guerra.

Ma la persecuzione, da sola, non fu ritenuta sufficiente. Occorreva tentare di darle una base giuridica, una giustificazione ideologica, delle argomentazioni pseudo-scientifiche. Vennero cercati - e, purtroppo, si trovarono - intellettuali, antropologi, medici, giuristi e storici compiacenti. Nacque Il Manifesto della Razza. Letto oggi potrebbe far persino sorridere, per la mole di stoltezze, banalità e falsità contenute, se sorridere si potesse su una tragedia così immane.

Eppure questo Manifesto, dalle basi così vacue e fallaci, costituì una pietra miliare della giurisprudenza del regime; e un nuovo "dogma" per moltissimi italiani, già assoggettati alla granitica logica del credere, obbedire, combattere.

La penna propagandistica, efficace nel suo cinismo, coniò lo slogan con il quale intendeva rassicurare gli italiani e il mondo, nel tentativo di prendere, apparentemente, le distanze dall'antisemitismo nazista: "Discriminare - disse Mussolini - non significa perseguitare".

Ma cacciare i bambini dalle scuole, espellere gli ebrei dall'amministrazione statale, proibire loro il lavoro intellettuale, confiscare i beni e le attività commerciali, cancellare i nomi ebraici dai libri, dalle targhe e persino dagli elenchi del telefono e dai necrologi sui giornali costituiva una persecuzione della peggiore specie. Gli ebrei in Italia erano, di fatto, condannati alla segregazione, all'isolamento, all'oblio civile. In molti casi, tutto questo rappresentò la premessa dell'eliminazione fisica.

Sorprende sentir dire, ancora oggi, da qualche parte, che il Fascismo ebbe alcuni meriti, ma fece due gravi errori: le leggi razziali e l'entrata in guerra. Si tratta di un'affermazione gravemente sbagliata e inaccettabile, da respingere con determinazione. Perché razzismo e guerra non furono deviazioni o episodi rispetto al suo modo di pensare, ma diretta e inevitabile conseguenza. Volontà di dominio e di conquista, esaltazione della violenza, retorica bellicistica, sopraffazione e autoritarismo, supremazia razziale, intervento in guerra contro uno schieramento che sembrava prossimo alla sconfitta, furono diverse facce dello stesso prisma.

Abbiamo, in questo giorno della Memoria, ascoltato testimonianze coinvolgenti dei sopravvissuti. Nelle loro parole si avverte la forza e il fascino della loro vita ritrovata, della loro volontà di vivere con pienezza ma, al contempo, ci si rende conto dell'immenso patrimonio di presenze e di protagonismi che ci avrebbe assicurato la vita di coloro che sono stati trucidati nei lager e che quella programmata violenza omicida ci ha sottratto.

Dalla professoressa Foa, dalla presidente Di Segni, dalla ministra Fedeli abbiamo sentito discorsi netti e lungimiranti: le ringrazio molto. Abbiamo rivissuto, attraverso le voci incisive di Remo Girone e Victoria Zinny, momenti drammatici della nostra storia di allora.

Siamo stati affascinati dalle canzoni, commoventi e piene di speranza di Noa, messaggera di pace e di bellezza. Grande amica dell'Italia, venuta appositamente da Israele per condividere con noi il Giorno della Memoria e renderlo ancora più ricco di intensità. La ringrazio di cuore, con stima e amicizia.

Abbiamo incontrato anche i giovani appena tornati dall'esperienza, sconvolgente ma formativa, del viaggio ad Auschwitz. A loro viene affidato il compito di custodire e tramandare la Memoria, perché non si attenui e non si smarrisca mai, per non rischiare di provocare nuovi lutti e nuove tragedie.

Focolai di odio, di intolleranza, di razzismo, di antisemitismo sono infatti presenti nelle nostre società e in tante parti del mondo. Non vanno accreditati di un peso maggiore di quel che hanno: il nostro Paese, e l'Unione Europea, hanno gli anticorpi necessari per combatterli; ma sarebbe un errore capitale minimizzarne la pericolosità.

I cambiamenti rapidi e sconvolgenti che la globalizzazione comporta -le grandi migrazioni, i timori per lo smarrimento della propria identità, la paura di un futuro dai contorni incerti -possono far riemergere dalle tenebre del passato fantasmi, sentimenti, parole d'ordine, tentazioni semplificatrici, scorciatoie pericolose e nocive.

La predicazione dell'odio viene amplificata e propagata dai nuovi mezzi di comunicazione. La tecnologia e la scienza offrono grandi opportunità ma, come sempre, se non correttamente utilizzate, possono rendere disponibili strumenti sofisticati nelle mani di vecchi e nuovi profeti di morte.

Contro queste minacce, contro il terrorismo, contro il razzismo e la violenza dell'intolleranza serve cooperazione internazionale, servono coraggio e determinazione. È necessario, soprattutto, consolidare quegli ideali di democrazia, libertà, tolleranza, pace, eguaglianza, serena convivenza, sui quali abbiamo riedificato l'Europa dalle macerie della seconda guerra mondiale.

Le leggi razziali in Italia erano entrate in vigore nell'autunno del 1938.

Il 1 gennaio del 1948, dopo neppure dieci anni, la Costituzione Italiana sanciva solennemente che "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali".

Di mezzo, vi era stata la cesura della guerra. Una guerra terribile, che aveva sparso morte e devastazione su larga parte del mondo. E che aveva aperto gli occhi del mondo sulla follia portatrice di morte del nazismo e del fascismo.

La Memoria, custodita e tramandata, è un antidoto indispensabile contro i fantasmi del passato.

La Repubblica Italiana, nata dalla Resistenza, si è definita e sviluppata in totale contrapposizione al fascismo.

La nostra Costituzione ne rappresenta, per i valori che proclama e per gli ordinamenti che disegna, l'antitesi più netta.

L'indicazione delle discriminazioni da rifiutare e respingere, al suo articolo 3, rappresenta un monito. Il presente ci indica che di questo monito vi era e vi è tuttora bisogno.

Egualmente credo che tutti gli italiani abbiano il dovere, oggi, di riconoscere che un crimine turpe e inaccettabile è stato commesso, con l'approvazione delle leggi razziali, nei confronti dei nostri concittadini ebrei.

La Repubblica italiana, proprio perché forte e radicata nella democrazia, non ha timore di fare i conti con la storia d'Italia, non dimenticando né nascondendo quanto di terribile e di inumano è stato commesso nel nostro Paese, con la complicità di organismi dello Stato, di intellettuali, giuristi, magistrati, cittadini, asserviti a una ideologia nemica dell'uomo.

La Repubblica e la sua Costituzione sono il baluardo perché tutto questo non possa mai più avvenire.

Vi ringrazio.

Ricerca norme mediante:


Inserire alcuni estremi del documento e fare click su cerca. Verranno forniti un massimo di 150 risultati.

Data:

Inserire i termini da cercare e fare click su cerca

e o frase

Selezionare la voce su cui effettuare la ricerca e fare click su cerca

Carta del Docente